Pages Navigation Menu

coltivazione prodotti agricoli

La Vite Maritata

La Vite Maritata

Oggi sappiamo che esistono due filoni di viticoltura in Italia: uno autoctono, risalente alla fase protostorica dei popoli latine ed etrusche, e uno di matrice orientale, mediato e diffuso dalla Grecia. A questo doppio filone si può ricondurre la doppia tradizione colturale: quella autoctona della vite a sostegno vivo (la vite maritata) e quella mediterranea, cioè la vite a sostegno morto o ad alberello. Nella lingua latina classica abbiamo due termini specifici per significare questi due sistemi di allevamento.

  • Arbustum è il sistema della vite a sostegno vivo, o maritata all’albero, che si presta alla coltura promiscua, cioé viticoltura e colture erbacee sullo stesso terreno.
  • Vinea è il sistema della vite a sostegno morto o ad alberello, privilegiata nella monocultura intensiva.

Seguendo questo schema, basato su studi recenti, possiamo immaginare una viticoltura etrusca e romana, arcaica, praticata prevalentemente per arbusta, progressivamente soppiantata dal sistema greco della vinea.
Le campagne in Toscana fino al Settecento e oltre spesso erano sistemate a prode. Tale sistemazione agrario-idraulica viene detto anche alla toscana, ed è particolarmente adatta alla regimazione idraulica di terreni poco permeabili, tipici del suolo toscano, ma poco si presta alle colture intensive condotte con macchinari pesanti.
Ogni proda è affiancata da un filare di alberi su uno o su entrambi i lati. Gli alberi più usati a sostenere le viti furono gli aceri campestri (Acer campestre) detti loppi o testacci mentre i gelsi (Morus alba) furono sfruttati per la bachicoltura.
Girando per le campagne intorno a Figline è facile incontrare tracce di questa antica sistemazione del terreno e del modo etrusco-latino di coltivare il vino che insieme allo spettacolo delle balze, tipiche del Valdarno, danno un impronta unica al paesaggio.
Nella foto uno bellissimo esempio di vite maritata all’albero. Da notare come le piante di vite sono potate ad arte e maritate al loppo tramite rami freschi salice, detti sarci dai contadini toscani. Non è possibile essere ancora più rispettosi della natura e dei suoi doni.